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“Il commissario Ricciardi” (2021) di Alessandro D’Alatri. Tra Ingravallo e Dylan Dog: le indagini di un poliziotto al di sopra di ogni sospetto.
Pasticciacci e misteri nei vicoli della Napoli degli anni Trenta per una serie tv raffinata che richiama le atmosfere care al personaggio di Gadda o ai disegni di Tiziano Sclavi con un tocco di soprannaturale che all’ombra del Vesuvio non guasta mai. Sei episodi, ma è già in cantiere una seconda serie, andati in onda nella prima serata di Raiuno che hanno sbaragliato la concorrenza trionfando nei dati auditel (il 24% di share). Anche questo poliziotto, così come il Lojacono dei “Bastardi”, salta fuori direttamente dai libri di Maurizio De Giovanni, ma rispetto all’ambientazione contemporanea, Ricciardi indaga nella città che vive e sopravvive durante il ventennio fascista. Forse la prima “scoperta” di questa fiction è proprio data dalla considerazione che gli omicidi, seppur non enfatizzati o almeno riportati nelle pagine di cronaca, avvenivano anche quando c’era Lui. Lino Guanciale dà un carattere e un ricciolo a questo “indagatore” del mistero che custodisce un raccapricciante segreto ereditato dalla madre. È infatti in grado di “sentire” gli spiriti delle vittime che continuano a ripetere ossessivamente la frase che stavano pronunciando o pensando nel momento del trapasso. Bravi anche Antonio Milo nella divisa del fido Maione e Nunzia Schiano nei panni dell’amata Tata Rosa.

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